Qualche giorno fa stavo pensando che proprio in questo periodo cade il nono anniversario del mio trasferimento a Castellanza. La data precisa non la so, il processo si è svolto in maniera troppo poco "lineare" per ricordarmene. Voglio dire, di solito in questi casi si trova una casa, la si arreda un pezzo alla volta, poi si prendono le proprie cose e ci si va a vivere. Si segna la data sul calendario, e magari si organizza anche una bella mangiata con gli amici per celebrare l'evento. Io mi sono fermato al primo stadio della procedura: ho trovato la casa. Poi una sera ho litigato alla morte con i miei, cosa che in quel periodo succedeva anche tre o quattro volte al giorno, ho tirato su un po' di biancheria e un sacco a pelo e ci sono andato a dormire. Per fortuna c'era il riscaldamento acceso.
Per le prime due settimane ho dormito per terra, cambiandomi da uno zaino e mangiando fra università e McDonald's. Poi ho preso un furgone a noleggio, e una domenica in cui i miei erano in montagna sono passato a prendere i mobili della mia camera, uno scaffale di plastica da campeggio e un frigoriferino che tenevamo in cantina. La mia vita a Castellanza è cominciata così. Con il senno di poi, credo che questo possa in buona parte spiegare il perché, a nove anni di distanza, io continui a vivere in un appartamento arredato solo per metà, con tanto di scatoloni e lampadine a vista. E spiega anche perché, anche se nel frattempo i rapporti con i miei sono migliorati di parecchio, io non mi senta di "festeggiare" quel trasferimento in alcun modo. Non che me ne sia pentito, anzi. Ma, insomma, ci siamo capiti.
Al di là dei ricordi, c'è la dimensione prettamente "numerica": con lo scadere del nono anno Castellanza diventa ufficialmente il luogo in cui ho vissuto più a lungo, nel corso della mia trentennale esistenza su questo pianeta, superando Lodi, luogo nel quale ho trascorso buona parte della mia infanzia, pur senza esserci nato. Come dire che da oggi, quando qualcuno mi chiederà "di dove sei", domanda che tradizionalmente mi getta nel panico e provoca chilometriche e inconcludenti risposte, potrò limitarmi a rispondere "di Castellanza". Anche se non è vero.
Io non sono di Castellanza. Non me ne vogliano gli eventuali castellanzesi che leggono queste parole, ma io castellanzese non mi ci sento neanche un po'. Voglio dire, al di là dei sessantasette metri quadrati di primo piano che occupo da nove anni, in quella città di mio non c'è quasi nulla. L'università, forse, ma il LIUC con Castellanza non ha nulla a che spartire. Anche il LIUC, in fondo, a Castellanza ci è capitato per caso: poteva finire a Lainate o a Cerro Maggiore, o in un qualsiasi paesino delle vicinanze con un po' di imprenditori e un edificio abbastanza grande. E' un'isola, un mondo popolato di varia umanità che quindici anni fa è improvvisamente atterrato nel cuore del varesotto, e in cui anche i pochi castellanzesi presenti fanno del proprio meglio per mimetizzarsi con la fauna del luogo. Fauna di cui io, ovviamente, facevo parte.
No, non c'è niente da fare. Forse ho maturato l'anzianità necessaria per guadagnarmi il titolo di cittadino onorario, ma Castellanza non è la mia città, e non credo lo sarà mai. E a questo punto, ancora una volta, finisco per chiedermi quale sia, la mia città. Se ci sia una mia città. E mi chiedo se esista un modo, razionale o irrazionale, per capirlo. Ho già affrontato questo discorso molte altre volte, e ho già detto come spesso mi trovi ad invidiare chi a questa domanda non ha che una risposta, ovvia, scontata e inevitabile. Io quella risposta non ce l'ho, e nonostante i miei ripetuti tentativi di costruirmela proprio non ce la faccio.
Come si fa a decidere "qual'è la mia città"? Quali sono gli elementi distintivi, le sensazioni, i dati tangibili, le misurazioni necessarie a darsi questo tipo di risposta? E' la città in cui si nasce? Quella in cui si va a scuola? Sì, ma quale scuola? Le elementari? Le medie? Le superiori? E se se ne fanno un po' da una parte e un po' da un'altra? E' quella in cui si abita? O quella in cui si è stati più tempo? E' dove ci siamo innamorati la prima volta? Dove abbiamo i vecchi amici? I parenti? E' una cosa che si sceglie, o avviene nostro malgrado, poco per volta, e non ce ne rendiamo conto finché non ce ne andiamo via? No, perché se fosse davvero una scelta, allora potrei dire che la mia città è Galway. Ci sono stato due giorni, in vacanza, nel 2000, e me ne sono innamorato. Ma non ha senso. No, non credo sia una scelta. O almeno, credo che la componente razionale sia inevitabilmente minoritaria.
Il fatto è che anche la componente "emotiva" non mi aiuta: mi manca quella sensazione di appartenenza, la consapevolezza di conoscere un luogo, uno qualsiasi, "come le mie tasche", topograficamente e umanamente. Mi mancano il tabaccaio all'angolo, la stradina alternativa da fare quando c'è coda, il panettiere, il giornalaio e il barbiere di fiducia, l'oratorio dove andavo da bambino, il medico che conosce i miei genitori, la compagna delle elementari e la zia pettegola che sa vita, morte e miracoli del quartiere. Mi manca la certezza di sapere qualcosa che chi in quel posto ci capita per caso, una volta ogni tanto, non sa e non saprà mai.
A dire il vero alcune di quelle cose ce le ho. Tanto per dire, dopo nove anni a Castellanza ho imparato a passare dal retro del Grancasa per evitare la coda da casa mia all'autostrada, e sarei stupido a non averlo fatto. Ma tutto il resto è sparso ai quattro angoli della mia memoria e, in alcuni casi, ai quattro angoli del pianeta. Angoli nei quali, quando torno, provo ancora un po' di sana nostalgia. Come quando, un paio di mesi fa, sono passato con i miei accanto all'Isola Carolina, il parco di Lodi in cui andavo da piccolo in bicicletta con mio nonno. Oppure quando a Napoli vedo la scalinata di fronte all'ex casa di mia nonna, che ai tempi del primo scudetto del Napoli era stata interamente colorata di verde, bianco, rosso e azzurro. E persino quando passo accanto al campetto di Cavallasca, dove ho conosciuto le persone con cui solo pochi anni fa ho fondato la mia vecchia squadra di basket.
Il fatto è che sono tutti posti ai quali, di fatto, non appartengo più. Lodi, Napoli, Olgiate, Pointe Noire, Sandnes, sono andate avanti, cresciute, cambiate senza di me. Il giornalaio dove compravo i fumetti forse ha chiuso. Il supermercato norvegese dove i miei mi abbandonavano a giocare con i Lego forse si è trasferito. La mia anziana insegnante di pianoforte, forse, non c'è più. E magari qualcuno ha aggiunto un senso unico alla strada che facevo in bicicletta e messo un recinto alla spiaggia dove andavo a pescare. Le persone che mi conoscevano forse sono andate via, come me, e magari non si ricordano più. E ci sono persone nuove, che di me non hanno mai sentito parlare.
Ora, per me, c'è Castellanza. E domani chissà: Milano, Vladivostok o Marte. Continuerò a girare, con i miei ricordi e le mie lampadine senza paralume. E continuerò a invidiare i miei amici Vappa, che prima delle prove vanno a comprare la birra nella stessa latteria in cui da bambini compravano le caramelle. E loro continueranno a invidiare me, che ho visto il mondo, ma che ancora oggi cerco un posto da poter chiamare casa.
Umilmente, buona giornata a tutti.

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