Mi vergogno un po’ a dirlo, visto che sto più o meno bene di salute, ho un tetto sulla testa, un lavoro (anche se fortemente sottopagato) e il piatto generalmente pieno (anche se sono tre settimane che non faccio la spesa), ma la mia vita in questi giorni fa acqua da tutte le parti. O forse sono soltanto io che faccio i buchi nel secchio, chissà. E’ che piano piano, per la prima volta da molto tempo, non riesco a vedere la fine del tunnel. Mi sono laureato a colpi di ottimismo a tutti i costi, mangiavo pane e progetti (insieme a tutte le vaccate che mi hanno fatto ingrassare di dieci chili in due mesi) ed ero animato da un’energia quasi soprannaturale che mi portava a lavorare qualcosa come venti ore al giorno senza fermarmi. Lo facevo perché avevo un obiettivo. E sapevo che oltre quella linea, dopo quell’ultima sfacchinata, tutto sarebbe stato più facile.
Poi quella linea l’ho passata, e mi sono accorto che era stata tutta un’illusione. Per carità, ora non faccio più il barista e non lavoro più la notte. Ma la sera, quando torno a casa, sono più stanco di prima. E la cosa triste, la vera mazzata, è che non mi sento più padrone del mio futuro. Non posso più contare sul magico paradigma “mi faccio il mazzo – i risultati arrivano”. Magari non è così, io mi sforzo ancora di crederlo, ma ogni giorno i miei sogni perdono un pezzettino. Davanti a me non ho più un esame, una laurea, un “qualcosa” che succederà il giorno x all’ora x, per il quale mi devo spremere come un limone, ma una serie di giorni uguali, da qui a chissà quando, nei quali i momenti importanti si mischieranno a quelli insignificanti ancora, e ancora, e ancora, senza che io riesca nemmeno a rendermene conto. E così sono ricominciati, di tanto in tanto, i giorni in cui mi alzo solo per andare a dormire. Almeno, quando facevo lo studente, quei giorni li potevo passare spaparanzato sul divano. Adesso mi tocca anche lavorare.
Non sono nato per fare l’impiegato. Forse nessuno lo è, ma io lo sono ancora di meno. E poi non è vero che nessuno lo è, ci sono persone che nella vita sognano di diventare amministratore delegato, e magari ci riescono pure. Faccio fatica ad immaginare il mio capo fuori da un ufficio, lui qui ci sta come un pulcino nella bambagia, è stressato, incasinato, ma si vede che è felice. Io no. Ho scelto il marketing come ripiego, nella vita volevo fare tutt’altro. Università diversa, lavoro diverso, luogo diverso. Ma non ho potuto, o magari non sono stato abbastanza determinato per impormi, quando avevo diciassette anni e mio padre pretendeva ancora di pilotarmi l’esistenza. E così, come molti, ho scelto la seconda possibilità.
Mi rimane la strada della musica, come ultima speranza. Non esagero, se dico che è l’ultimo sogno che mi è rimasto. Ma è un sogno che scricchiola. E che ogni giorno di più viene fagocitato dalle cinque ore di sonno, dal treno in ritardo, dal metrò affollato, dai brief, dai preventivi e dalle riunioni, dal tornare a casa alle nove di sera senza sapere se servirà a qualcosa, dai soldi che mancano e dalla macchina che non parte. E mentre la creatività va a farsi benedire, e la frustrazione aumenta, i locali ci rimbalzano a colpi di “programmazione piena fino ad aprile” e “ abbiamo cambiato genere”. Per la prima volta da un anno, i Vappa non sono più una macchina da guerra in attesa di radere al suolo il mondo. E solo ora che temo tutto possa finire mi rendo conto di quante speranze ci avessi riposto.
Sono sempre più nostalgico. Mi mancano le serate a parlare con gli amici, le partite con la playstation, i miei fumetti, le vacanze al mare e la sensazione che domani sarà comunque un altro giorno. Fare da mangiare per la mia ragazza, bere tre birre invece di una, andare a correre o a pattinare la sera, i pomeriggi a giocare a basket e i concerti degli sconosciuti a Sesto Calende. I lunghi viaggi in autostrada, diablo 2 e starcraft, le finali NBA su Telemontecarlo, i NoDrumma e Magic. E mi mancano un sacco di cose che non ricordo nemmeno più, ma che mi mancano ugualmente.
Quando mi sono laureato ho giurato che avrei difeso il mio “bimbo interiore” a tutti i costi, e che non avrei mai lasciato che il mio lavoro se lo mangiasse a colazione. Per il momento ci sono ancora riuscito. Ma mi sento un po’ come Robin Williams in Toys, quando suo zio comincia a costruire “l’ala nuova” per produrre i giocattoli da guerra, e un pezzo per volta si frega tutto lo spazio. Il bambino c’è ancora, ma ormai vive in una stanzetta piccola piccola. E ho paura che prima o poi dovrà traslocare, sfrattato da un noioso rompicoglioni che vive soltanto di ricordi.
Perdonate lo sfogo, stanotte ho dormito poco. Per fortuna, è di nuovo venerdì.
Umilmente, buona giornata a tutti.
Categoria:
