venerdì, 28 gennaio 2005

Mi vergogno un po’ a dirlo, visto che sto più o meno bene di salute, ho un tetto sulla testa, un lavoro (anche se fortemente sottopagato) e il piatto generalmente pieno (anche se sono tre settimane che non faccio la spesa), ma la mia vita in questi giorni fa acqua da tutte le parti. O forse sono soltanto io che faccio i buchi nel secchio, chissà. E’ che piano piano, per la prima volta da molto tempo, non riesco a vedere la fine del tunnel. Mi sono laureato a colpi di ottimismo a tutti i costi, mangiavo pane e progetti (insieme a tutte le vaccate che mi hanno fatto ingrassare di dieci chili in due mesi) ed ero animato da un’energia quasi soprannaturale che mi portava a lavorare qualcosa come venti ore al giorno senza fermarmi. Lo facevo perché avevo un obiettivo. E sapevo che oltre quella linea, dopo quell’ultima sfacchinata, tutto sarebbe stato più facile.

Poi quella linea l’ho passata, e mi sono accorto che era stata tutta un’illusione. Per carità, ora non faccio più il barista e non lavoro più la notte. Ma la sera, quando torno a casa, sono più stanco di prima. E la cosa triste, la vera mazzata, è che non mi sento più padrone del mio futuro. Non posso più contare sul magico paradigma “mi faccio il mazzo – i risultati arrivano”. Magari non è così, io mi sforzo ancora di crederlo, ma ogni giorno i miei sogni perdono un pezzettino. Davanti a me non ho più un esame, una laurea, un “qualcosa” che succederà il giorno x all’ora x, per il quale mi devo spremere come un limone, ma una serie di giorni uguali, da qui a chissà quando, nei quali i momenti importanti si mischieranno a quelli insignificanti ancora, e ancora, e ancora, senza che io riesca nemmeno a rendermene conto. E così sono ricominciati, di tanto in tanto, i giorni in cui mi alzo solo per andare a dormire. Almeno, quando facevo lo studente, quei giorni li potevo passare spaparanzato sul divano. Adesso mi tocca anche lavorare.

Non sono nato per fare l’impiegato. Forse nessuno lo è, ma io lo sono ancora di meno. E poi non è vero che nessuno lo è, ci sono persone che nella vita sognano di diventare amministratore delegato, e magari ci riescono pure. Faccio fatica ad immaginare il mio capo fuori da un ufficio, lui qui ci sta come un pulcino nella bambagia, è stressato, incasinato, ma si vede che è felice. Io no. Ho scelto il marketing come ripiego, nella vita volevo fare tutt’altro. Università diversa, lavoro diverso, luogo diverso. Ma non ho potuto, o magari non sono stato abbastanza determinato per impormi, quando avevo diciassette anni e mio padre pretendeva ancora di pilotarmi l’esistenza. E così, come molti, ho scelto la seconda possibilità.

Mi rimane la strada della musica, come ultima speranza. Non esagero, se dico che è l’ultimo sogno che mi è rimasto. Ma è un sogno che scricchiola. E che ogni giorno di più viene fagocitato dalle cinque ore di sonno, dal treno in ritardo, dal metrò affollato, dai brief, dai preventivi e dalle riunioni, dal tornare a casa alle nove di sera senza sapere se servirà a qualcosa, dai soldi che mancano e dalla macchina che non parte. E mentre la creatività va a farsi benedire, e la frustrazione aumenta, i locali ci rimbalzano a colpi di “programmazione piena fino ad aprile” e “ abbiamo cambiato genere”. Per la prima volta da un anno, i Vappa non sono più una macchina da guerra in attesa di radere al suolo il mondo. E solo ora che temo tutto possa finire mi rendo conto di quante speranze ci avessi riposto.

Sono sempre più nostalgico. Mi mancano le serate a parlare con gli amici, le partite con la playstation, i miei fumetti, le vacanze al mare e la sensazione che domani sarà comunque un altro giorno. Fare da mangiare per la mia ragazza, bere tre birre invece di una, andare a correre o a pattinare la sera, i pomeriggi a giocare a basket e i concerti degli sconosciuti a Sesto Calende. I lunghi viaggi in autostrada, diablo 2 e starcraft, le finali NBA su Telemontecarlo, i NoDrumma e Magic. E mi mancano un sacco di cose che non ricordo nemmeno più, ma che mi mancano ugualmente.

Quando mi sono laureato ho giurato che avrei difeso il mio “bimbo interiore” a tutti i costi, e che non avrei mai lasciato che il mio lavoro se lo mangiasse a colazione. Per il momento ci sono ancora riuscito. Ma mi sento un po’ come Robin Williams in Toys, quando suo zio comincia a costruire “l’ala nuova” per produrre i giocattoli da guerra, e un pezzo per volta si frega tutto lo spazio. Il bambino c’è ancora, ma ormai vive in una stanzetta piccola piccola. E ho paura che prima o poi dovrà traslocare, sfrattato da un noioso rompicoglioni che vive soltanto di ricordi.

Perdonate lo sfogo, stanotte ho dormito poco. Per fortuna, è di nuovo venerdì.

Umilmente, buona giornata a tutti.

Frutto della contorta mente di Abi, ed esplicitato attraverso le sue dita alle ore 12:49 | Permalink | commenti (8)
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giovedì, 20 gennaio 2005

Neve, tanta neve, troppa neve. Da un paio di giorni Castellanza è bianca, il che la rende quasi un posto decente. Anche Milanofiori, almeno fino a ieri, era bianca, ma per Milanofiori non c’è nulla da fare.

Credo che nella neve sia insito uno dei principali indizi di quanto (e come) si invecchi. Quando sei piccolo la neve è un avvenimento. Se c’è la neve è Natale, anche se sei a marzo. Si scende in strada e si fa a pallate, si salta scuola, ci si rotola per terra e si torna a casa fradici, si fanno i pupazzi di neve e le valanghe, si infilano i pezzi di ghiaccio nel collo delle ragazze e si viene giù col culo dalle discese. Quando sei piccolo la neve è una figata.

Quando cresci la neve è terribilmente fastidiosa. La macchina non parte, se parte slitta, ci vogliono venti minuti per sbrinare il parabrezza e poi non frena. C’è un traffico bestiale, fa un freddo porco e pure i treni (vai te a capire perché) arrivano tardi. Si scivola, si macchiano i vestiti e per andare da un posto all’altro ci metti il triplo del tempo. Quando cresci la neve è una colossale rottura di palle.

Io credo di stare da qualche parte nel mezzo. Ma mi sto tristemente accorgendo di riconoscermi decisamente di più nella seconda categoria. Perché in fondo mi piacerebbe ancora fare pensieri poetici, immaginare un focolare acceso, una tazza di tè fumante e una casetta in mezzo alle montagne, con gli orsi, le slitte, le renne e tutta la fauna e la flora del caso. Guardo i candidi fiocchi cadere leggeri, e mi sento subito più buono. Solo che poi i fiocchi atterrano sulla solita tangenziale, e inevitabilmente mi ricordo di essere a Rozzano, davanti ad un foglio di Excel, con una macchina che sta insieme con lo scotch e quaranta chilometri da fare per tornare a casa.

La neve. Per noi che siamo gente di pianura (e navigatori esperti di città… Un cioccolatino a chi azzecca la citazione :D) la neve è un evento eccezionale. Pensateci un attimo: quante volte avrà nevicato, nel corso della vostra vita? Ci saranno state migliaia di giornate di sole e di pioggia, ma se avete la mia età, e non vivete in Antartide, da quando siete nati avrete visto nevicare meno di un centinaio di volte. Chissà, forse è per questo che la neve si porta dietro tutta questa magia, i ricordi di quando eravamo piccoli e tutta la malinconia del caso. Perché nella dotazione di viaggio dell’essere umano tipo di neve ce n’è poca poca, e quella che c’è te la ricordi bene, e te la porti dietro.

A me la neve fa pensare ad una foto, che dev’essere da qualche parte nella soffitta di casa dei miei. Risale a quando avevo cinque anni, ero in Norvegia e dovevano essere tipo le vacanze di Pasqua, o qualcosa del genere. Nell’immagine si vede il retro della macchina di mio padre, e ci siamo io, ridicolmente piccolo, con dietro mia madre che mi abbraccia e tiene in mano un foglio di carta, con su scritta una data assurda, tipo metà maggio o qualcosa di simile. L’assurdità sta nel fatto che la macchina si trova su una strada letteralmente scavata nella neve, con due muraglie di un paio di metri da un lato e dall’altro. A metà maggio. Sono passati più di vent’anni. E a volte sembrano duecento.

E se vado ancora più in dietro me ne ricordo un’altra, con me ancora più piccolo con gli sci, che urlavo l’equivalente infantile di un’infinità di santi e madonne contro i miei, che non solo mi avevano costretto a imparare a sciare attaccandomi ad una di quelle orrende giostre motorizzate che si usavano vent’anni fa, ma si mettevano pure a fotografare la mia sacrosanta disapprovazione. Dev’essere per questo che, per ripicca, qualche anno dopo sono andato a cozzare contro il palo di uno skilift. Salendo.

La neve. La neve di Marcovaldo, che cancellava la città. La neve che non ci ha fatto andare a vedere il museo egizio alle medie. La neve su cui abbiamo scritto “Clan Power”, grosso come il cortile, alle superiori. La neve che non c’è più, perché due giorni di sole hanno fatto riapparire l’asfalto e il cartello della DHL sul palazzo di fronte. La mia ragazza è triste, perché è durata poco. Lei, d’altronde, è molto più bambina di me. E forse è per questo che la amo.

Umilmente, buon pomeriggio a tutti.

Frutto della contorta mente di Abi, ed esplicitato attraverso le sue dita alle ore 15:05 | Permalink | commenti (8)
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