mercoledì, 01 dicembre 2004

Ieri sera, in un edificio semipiramidale colorato di blu rosso e grigio a poche centinaia di metri dal mio ufficio, suonava Gordon Matthew Sumner, noto ai più come Sting. Non nego di aver apprezzato molto l’opera del signor Sumner in passato, in particolare negli ultimi periodi con i Police e nei primi da solista. Diciamo pure che fino alle prime due tracce di Mercury Falling mi piaceva molto: ho parecchi suoi album (fra cui il mitico “boxone” blu con l’intera discografia dei Police) e persino una sua maglietta, presa ad un suo concerto che vidi qualche anno fa nello stesso edificio semipiramidale di cui sopra. Da qualche anno però ho come l’impressione che il signor Sumner pensi più a godersi i suoi soldi e la sua ben nota collina Toscana che a scrivere buona musica, e così lascio ai modaioli e a chi si vuol dare un tono da intellettuale cosmopolita (perché ascolta Sacred Love e Desert Rose) i suoi concerti attuali.

 

Così, mentre il signor Sumner arringava la folla festante del Forum (l’edificio semipiramidale, appunto) con le sue migliaia e migliaia di watt, io mi trovavo a qualche chilometro di distanza, in un localino abbastanza dimesso dalle parti di Porta Genova, davanti al mio vecchio amico Jason Reed. Da un palco grande più o meno come la mia scrivania, occupato dalle consistenti panze sua e del suo chitarrista Don Reineke, Jay bofonchiava fra una canzone e l’altra un “grazi”, un “salut” (chissà perché gli americani proprio non riescono a pronunciare le “e” finali) e già che c’era ci piazzava un “ragazzi, fate un po’ di casino, voglio che ci senta anche Sting”. Questo in inglese, ovviamente. Jason Reed e Sting. E’ un po’ come confrontare una portaerei con uno skateboard. Anzi, nemmeno: con il modellino di uno skateboard. Ma sul momento non sembrava nemmeno tanto assurdo.

 

Dico che Jason è mio amico, ma in realtà non è vero. Lo sarebbe potuto diventare, se anni fa avessi portato avanti il mio progetto di mettere impiedi il suo fan club italiano. Poi però le nostre vite hanno preso una piega diversa, e non c’è stato più il tempo. Io mi sono messo a lavorare. Lui invece ha smesso di suonare, ed è scomparso. Due dischi bellissimi (3000 e 5000 copie vendute circa, rispettivamente), poi il silenzio. Ogni tanto il Busca, nella colonna degli album country in uscita, metteva un “Jason Reed – Smithville”, ma era regolarmente un falso allarme. Quattro anni di falsi allarmi. Quando andavo a comprare gli album dei miei sconosciuti preferiti, a Gallarate da Paolo Carù (che del Busca è il direttore), gliela buttavo sempre lì la domanda: “e Jason Reed?”. Lui mi rispondeva sollevando le sopracciglia e allargando le braccia. Non si sa nulla. Non risponde alle e-mail. Persino Carlini non ha idea di dove sia.

 

Carlo Carlini è un promoter leggendario. Al di là della sua apparenza fisica, che lo fa sembrare una specie di Einstein incrociato con Jerry Garcia, è un uomo senza il quale la mia cultura musicale subirebbe un duro colpo: fra gli altri, Carlini ha portato in Italia Bocephus King, Greg Trooper, Rich Hopkins, i Say Zuzu e Will Thomas. Non è che tutti mi abbiano cambiato la vita, ma sono un bel mucchio di artisti. Un mucchio di sconosciuti, dai quali probabilmente non avrà tirato fuori una lira. Forse giusto abbastanza da coprire le spese.

 

Qualche anno fa, una sera in cui ero a Sesto Calende a vedere Kelly Joe Phelps, incontrai Carlini con le sue consuete scatole di scarpe piene di cd in vendita. In una di queste trovai un Memorex senza copertina, con una scritta a pennarello che diceva “Smithville Demo”. Non ci potevo credere: il demo del disco nuovo di Jay! La sensazione penso sia stata paragonabile a quella di quel tizio che scoprì di aver trovato al mercatino del quartiere i nastri delle sessioni scartate di Abbey Road. Solo che io, ovviamente, non ci avrei fatto una lira. Ci misi mezz’ora a convincere Carlini a vendermelo. Alla fine me lo regalò. Erano tre tracce di voce e chitarra, registrate in presa diretta. Niente di che, ma era Jason Reed. Uno squarcio di luce in quattro anni di buio. Uno squarcio molto piccolo, per la verità, visto che poi sono passati altri tre anni.

 

Jason è tornato a marzo. Smithville è uscito, quattro anni dopo Iowana, quando ormai nessuno se lo aspettava più. Io non l’ho preso, di questi tempi i soldi scarseggiano, e manca anche il tempo di andare a Gallarate a comprare musica (visto che difficilmente gli album di Jay si trovano altrove). In compenso tutte le recensioni parlano di un capolavoro, un disco completo e profondo, una piccola gemma, insomma. Anche questa volta probabilmente venderà meno di diecimila copie, ma fa piacere sapere che il vecchio Jay comincia a farsi valere. Ora se lo cercate lo trovate anche sul peer to peer, che in fondo è la sottile frontiera che separa il completo dal parziale anonimato… E’ uscito Smithville e Jason è tornato in Italia, prima ad aprile e poi adesso, per il suo sesto e settimo tour da queste parti. E’ un controsenso pazzesco, se ci si pensa: Jason Reed, artista acclamato dalla critica ma ignorato dal pubblico, che vende cinquemila copie a disco ma fa costantemente tour a ventimila chilometri da casa sua…

 

Quando l’abbiamo visto, invecchiato e ingrassato (prima assomigliava vagamente a Mickey Rourke, adesso ricorda Panariello), la prima domanda è stata, inevitabilmente, su questi quattro anni di silenzio. E lui ci ha raccontato di quattro anni di buio, di droga e di sofferenza, di un matrimonio finito e del suo primo figlio. Ci ha detto che Cowboy in the rain non la canta più, perché ora si porta dietro troppi ricordi. A dire il vero non la cantava nemmeno prima, io gliela chiedevo tutte le volte e lui faceva finta di nulla. Almeno adesso ha una buona scusa. Lui in compenso è grande come al solito. La voce è intatta, la grinta anche, e mi è addirittura sembrato che suonasse la chitarra meglio di prima. Ieri sera erano in due, lui e Don Reineke, chitarrista e compagno dai tempi degli esordi. Ha cantato quasi tutte le canzoni di Highway, il primo album, le più belle degli altri due, e poi cover dei Creedence, di Joe Ely, degli Stones, di Todd Snider e di John Mellencamp. Non è mancata la solita Copperhead Road, del maestro Steve Earle. E alla fine ci siamo dati appuntamento a gennaio, quando tornerà di nuovo da noi. Chissà, magari lo metto impiedi sul serio, il fan club.

 

Umilmente, buona serata a tutti.

Frutto della contorta mente di Abi, ed esplicitato attraverso le sue dita alle ore 18:57 | Permalink | commenti (8)
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