giovedì, 21 ottobre 2004

Ieri in stazione ho rivisto un vecchio amico. Non sapevo prendesse il mio treno, per giunta alla mia stazione, d'altronde né io né lui lo prendiamo tutti i giorni, lui perché lavora in due sedi diverse, io perché talvolta vado al lavoro in macchina, e fino a ieri non ci eravamo mai incrociati. E' una delle quattro persone con cui, anni fa, ho condiviso una delle esperienze più belle della mia vita, e anche se non ci si vede spessissimo né ci si conosce alla perfezione, gli sono molto legato. Di lui, fra le altre cose, ammiro la sua intelligenza decisamente al di sopra della media, che talvolta mischia ad un candore quasi sorprendente nell'apprendere cose che magari per me sono assolutamente scontate. Ha sempre voglia di imparare, Angelo, e questa è una delle qualità che ammiro di più nelle persone.

Ieri stava sfogliando l'ultimo numero della rivista promozionale del Media World, quella che arriva per posta. Ed è scattato di nuovo il meccanismo. C'era un articolo che parlava di Blog. Ed è curioso talvolta notare l'opinione che un "profano" ha di un mezzo di comunicazione che io (come gran parte delle persone che vengono qui) considero quasi scontato... Lui mi ha tirato fuori una frase del tipo "io non mi sognerei mai di andare su internet a raccontare i fatti miei, o a farmi i fatti degli altri". Io gli ho detto che anche io, da qualche tempo, tenevo un blog. Lui ne è rimasto piuttosto sorpreso, e ha attaccato a fare domande. Perché lo scrivi, cosa ci scrivi, perché vai a leggere quelli degli altri, a che cosa serve, ma non ti vergogni, io non riuscirei, e via dicendo. Senza nessuna pretesa di critica o manifestazione di disprezzo, solo, come fa sempre, per conoscere qualcosa di cui era all'oscuro.

Così, mentre rispondevo, la domanda me la sono posta anche io, di nuovo: perché scriviamo (e leggiamo) i blog? E da qui, di seguito: cos'è un blog, esattamente? Un diario? Ma i diari non erano un libricino privato su cui le ragazzine parlavano male delle loro amiche? Nei film è sempre così. Film a parte, a scuola mi insegnavano che il diario è qualcosa di straordinariamente "personale". "Caro Diario", si scriveva. Sono confidenze fra noi e un pezzo di carta, muto interlocutore che nel suo silenzio ripone la sua forza. Una specie di incentivo alla schizofrenia, insomma. Nella migliore delle ipotesi, un "giornale di bordo" da leggere ogni tanto giusto per ricordarsi cosa succedeva ieri, un mese fa, un anno fa ("Spazio, ultima frontiera..." ). Certo, alla fine penso che tutti quelli che tenevano un diario si augurassero segretamente che qualcuno, magari per caso, finisse per andarlo a leggere. Ma "ufficialmente" erano fatti personali, la cui lettura era preclusa a tutti, fuorché a chi scriveva.

Un blog invece è pubblico per definizione. E' sul web, e chiunque lo può vedere. Anche i blog privati, alla fine hanno dei lettori diversi da chi scrive. Sono pochi, selezionati, ma ci sono. E allora che razza di diario è? Perché scriviamo i fatti nostri qui? Siamo tutti esibizionisti? Esistono anche blog diversi, ovviamente, blog in cui si parla d'altro, si scrivono recensioni e poesie, e comunque tutti sono fin troppo vari per ricadere semplicemente nella pratica del raccontare la nostra vita al mondo. Ma molti sono semplicemente questo. E allora "questo" cos'è? Un'evoluzione del concetto? Una forma di coinvolgimento del prossimo? Un diario allargato, in cui si comunicano le proprie emozioni al mondo? Una forma di velleità letteraria? Una perdita di tempo? Tutte queste cose insieme?

Umilmente, buon pomeriggio a tutti.

Frutto della contorta mente di Abi, ed esplicitato attraverso le sue dita alle ore 14:53 | Permalink | commenti (9)
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martedì, 19 ottobre 2004

Oddio.

Sono un mostro.

La cosa mi è balenata davanti agli occhi come il lampo di una ghigliottina stamattina, mentre preparavo una descrizione del messaggio che abbiamo intenzione di trasmettere con i bigliettini di Natale per mandarla all'agenzia che li realizzerà. I classici bigliettini di "buone feste, e già che ci siete venite a comprare i cesti da noi". Ommioddio. Annego nei sensi di colpa.

Che razza di uomo sono?

Sto mercificando il Natale!

Babbo Natale non mi parlerà più.

Umilmente, buon pomeriggio a tutti.

Frutto della contorta mente di Abi, ed esplicitato attraverso le sue dita alle ore 13:59 | Permalink | commenti (7)
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lunedì, 18 ottobre 2004

Qualche anno fa, quando abitavo ancora con i miei e andavo all'università in treno (parliamo più o meno del cretaceo), ricordo che la stazione di Castellanza era una simpatica casetta dall'apparenza vagamente tirolese, con il tetto spiovente, la facciata artisticamente consumata e, soprattutto, un'aiuola magnifica, su cui campeggiava un messaggio fatto di fiori colorati (una cosa tipo Gardaland in scala ridotta) che riportava una frase del tipo "benvenuti a Castellanza", "Stazione di Castellanza", o semplicemente "Castellanza", non ricordo bene. C'era uno stemmino, forse quello delle Ferrovie Nord, o forse quello del comune, e un po' di fiorellini decorativi intorno. Non sono un amante dei fiori, né un esperto di piante, ma ricordo che era davvero carina.

Tanto carina che, quello me lo ricordo molto bene, sulla parete vicino c'era una targa, orgogliosamente esposta dai dipendenti, che ricordava la vittoria nel "Premio Stazioni Fiorite millenovecentonovantaqualcosa". Quella targa mi ha sempre incuriosito parecchio. Tanto per dire, mi sono sempre chiesto chi si fosse preso la briga di istituire un concorso come il "premio stazioni fiorite". E mi chiedevo anche quale interesse potesse riporre il pendolare medio che da Castellanza prendeva il treno per Milano tutte le mattine in cotanto sfoggio di botanica arte. Eppure, lo ammetto, provavo un'intima soddisfazione nel pensare a quel manipolo di dipendenti delle Ferrovie Nord Milano che nel tempo libero fra un'alzata di passaggio a livello e un abbonamento mensile si dedicava ad un passatempo così innocuo e, allo stesso tempo, così piacevole per chi guardava.

Stamattina, mentre prendevo il treno, mi è tornata in mente quell'immagine. E così, quasi involontariamente, lo sguardo è tornato a cercare l'aiuola. Che non c'è più. Oggi c'è solo un po' d'erba spelacchiata, con dietro un vagone merci e accanto una siepe mezza rinsecchita. E' sparita anche la targa, così come l'intonaco artisticamente consumato (rimpiazzato da un dignitosissimo rosa antico appena rifatto) e il vecchio orologio arrugginito, sostituito dall'efficiente orologione verde mela d'ordinanza. La cosa interessante è che la stazione ha lo stesso aspetto cadente di prima, solo non sembra più una villetta tirolese, ma soltanto l'ennesima stazione dei pendolari delle Ferrovie Nord. Mi è venuta un po' di tristezza. Non credo che un'aiuola potesse in qualche modo farmi dimenticare che è di nuovo lunedì, né tantomeno ritengo che la bellezza della stazione in cui quotidianamente mi imbarco nel mio eterno viaggio verso Rozzano abbia una qualche utilità concreta ma, beh, è un pezzettino di allegria che se n'è andato. Non so nemmeno quando è successo, non ci ho fatto caso, e non so nemmeno perché. Comunque è così da qualche anno. Chissà, forse sarà stato l'aumento del traffico, fino a qualche anno fa a Castellanza arrivavano due treni all'ora, ora ci sono gli studenti dell'università, il Malpensa Express che passa ogni dieci minuti (non si ferma, ma bisogna abbassare il passaggio a livello) e tutto il casino, e magari i simpatici bigliettai che un tempo avevano il tempo di innaffiare i fiori ora devono lavorare. Forse è anche più giusto così. Però un po' mi dispiace.

Umilmente, buona settimana a tutti.

Frutto della contorta mente di Abi, ed esplicitato attraverso le sue dita alle ore 10:26 | Permalink | commenti (2)
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venerdì, 08 ottobre 2004

Oggi verso ora di pranzo ero in centro, per lavoro. Passavo per piazza Duomo giusto verso le due e mezza, orario in cui tradizionalmente lo spazio antistante la Galleria Vittorio Emanuele viene invaso da ragazzine urlanti che inneggiano a questo o quel deficiente che si affaccia (o non si affaccia, le ho viste sbraitare anche per il cameraman) al balcone una quindicina di metri più su. Al balcone quindici metri più in su corrisponde un noto studio televisivo, nel quale si gira quotidianamente, udite udite, TRL. Avete presente quella rumorosa marmaglia che talvolta inquadrano dall’alto in basso, condita con striscioni idioti e vocine irritanti? Ecco, sono le ragazzine in questione. Vi assicuro che vederle (e sentirle) dal basso è un’esperienza da non perdere.

 

Oggi, però, c’era qualcosa di strano. Innanzitutto la marmaglia era quintuplicata rispetto al solito, si faceva persin fatica a passare. Gli urletti erano i soliti, gli striscioni pure ma… Cosa non quadrava? La prima avvisaglia l’ho avuta quando ho visto un tizio in giacca e cravatta, che ad occhio sarà stato sui trentacinque, arrampicato sulla base di un lampione e armato di fotocamera digitale, puntare l’obiettivo verso il nefasto balcone. Poi, prima di capire una volta per tutte quale fosse l’inghippo, la verità mi si è palesata dinanzi agli occhi. O meglio, quindici metri sopra la mia testa. Dal balcone sono usciti, nell’ordine, Simon Le Bon, Nick Rhodes e John Taylor…E poi un altro paio di tizi che non ricordo, più il viggei imbecille di turno.

 

Casino da far paura. Urli, ovazioni, salti, balli, baci e abbracci. Sai-mon sai-mon a strafottere. Nessuno caga i tizi di MTV, e questo per inciso mi provoca un sottile senso di soddisfazione. E piano piano, guardandomi intorno, capisco. Oggi niente ragazzine. O per lo meno sì, ci sono, ma sono poche e non capiscono che cacchio ci fanno tutte quelle trentacinquenni infoiate intorno a loro. Immagino che di solito siano abituate a vederle nei loro tailleurini impeccabili mangiare un’insalatina al bar mentre loro cazzeggiano per Corso Vittorio Emanuele. Alcune di loro magari sono figlie di una trentacinquenne. Ecco, ora le quasi coetanee delle loro mamme sono lì che urlano e si agitano per un cantante, anche lui per la verità piuttosto avanti con gli anni. Chissà cosa pensano.

 

La sensazione, lo ammetto, è strana. Mi sembra di essere tornato alle medie, con le mie compagne di classe che sbavavano per Simon Le Bon, il Simon Le Bon bello e biondo con la faccia un po’ da pacioccone ma, almeno così dicevano, incredibilmente fico. Ora però Simon Le Bon è invecchiato e visibilmente ingrassato, ma evidentemente per molte ragazze è ancora, semplicemente, Simon Le Bon. Sarà perché anche loro, a ben vedere, sono piuttosto invecchiate. Anche io mi sento un po’ invecchiato. Pensare che quelle, un tempo, erano le mie compagne di classe mi ha improvvisamente ricordato che anche io, anagraficamente parlando, sono da quelle parti. No, un momento, quelle non sono propriamente le “mie compagne di classe”: quelle sono le vere fan dei Duran Duran, quelle che ai “tempi d’oro” avevano sedici, diciassette anni e Simon Le Bon se lo sarebbero volentieri portato a letto. Le mie compagne di classe a quei tempi erano in prima media, e al massimo si appendevano il poster in camera. Ok, parzialmente mi tranquillizzo: io non sono ancora così vecchio.

 

Rimane la sensazione strana. Pensare a queste ragazze che a vent’anni di distanza sono ancora lì che urlano per un cantante, che, dai, diciamoci la verità, ormai non è più particolarmente attraente… Però è un mito, e soprattutto un ricordo di tanti anni fa. Perché i Duran Duran, vent’anni fa, erano LA musica pop, al di sopra di tutto e di tutti. Si inventavano rivalità e si raccontavano storie, ma alla fine c’erano sempre e solo loro. Oggi invece sono solo un gruppetto per nostalgici, che ha fatto un singolo nuovo che a me fa un po’ tristezza, per il concetto prima ancora che per la musica. Eppure ci sono ragazze che ancora sono lì a venerarli.

 

Tutto questo mi fa pensare. Vent’anni fa probabilmente i puristi guardavano i DD come spazzatura, ma con il senno di poi oggi musicisti così non ce ne sono più. Oggi i gruppi pop nascono e muoiono in un’estate, e le ragazzine di oggi, fra vent’anni, non si ricorderanno nemmeno più chi stavano ascoltando, in questo periodo. Un tempo la musica, anche quella più commerciale, aveva un valore che oggi si è perso. E se oggi io riascolto con nostalgia canzoni come Name and number dei Curiosity Killed the Cat o Heart And Soul dei T’Pau, so che fra quindici anni mia sorella NON farà la stessa cosa con il disco di Avril Lavigne che le ho regalato, con supremo sforzo di volontà, lo scorso anno. O forse mi sbaglio, la musica non c'entra ed è solo nostalgia. Forse, chissà, sto davvero invecchiando, e la musica di oggi non la capisco per questo. Ma, tutto sommato, ho paura di avere ragione.

 

Umilmente, buona serata a tutti.

Frutto della contorta mente di Abi, ed esplicitato attraverso le sue dita alle ore 18:28 | Permalink | commenti (4)
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