mercoledì, 13 giugno 2007

Se proprio avete voglia di continuare a leggere, mi trovate qui.

Umilmente, arrivederci...

Frutto della contorta mente di Abi, ed esplicitato attraverso le sue dita alle ore 01:17 | Permalink | commenti
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venerdì, 05 gennaio 2007

5 gennaio, passate le feste, passate le ferie (domani è l'ultimo giorno, vabbè, poi c'è il weekend ma non conta), passato uno dei migliori capodanni della mia vita, vissuto con persone a cui voglio davvero bene, per una volta davvero divertente e davvero rilassato, eccomi qui. Le tre del mattino, mentre il mio simpatico guerrierone calvo svolazza da Duskwood a Loch Modan, Mirella dorme da un pezzo e su Rete4 (sì, Rete4) passa il video di "sometimes you can't make it on your own" degli U2 io sono qui, che scrivo, senza un vero perché, e pensare che ci sono state tante volte, negli ultimi mesi, in cui avrei potuto scrivere per chilometri e non l'ho fatto.

Ridendo e scherzando è già passato quasi un decennio del ventunesimo secolo. Ancora mi ricordo l'ultimo di sei anni fa, in strada a Milano, un casino da pazzi, con il terrore di non riuscire a tornare indietro perché la macchinetta del casello, affetta da millennium bug, si sarebbe mangiata la mia carta di credito. Erano tempi davvero, davvero molto diversi, per tutti, per me non ne parliamo. Rispetto al Diego di quei tempi sono parecchi chili più grasso e parecchi milioni più povero, giusto per dirne un paio che proprio non mi fanno piacere. Qualcuno potrebbe pensare che sono, come si dice, "più saggio", ma su questo la discussione è decisamente aperta. Sono sicuramente più "rispettabile", con un bel "dott." prima del nome e un bel "manager" sui biglietti da visita (finiti e in attesa di ristampa). Ma entrambe le cose, come è facilmente intuibile, valgono a malapena la carta su cui sono scritte.

E' passato anche il 2006, anno privo di grandi meraviglie e grandi catastrofi ma al contempo ricco di piccole meraviglie e piccole catastrofi, intercambiabili fra loro e possibili preludi di altrettante. Toh, su Rete4 passa il video di Pride. Toh, com'era giovane Bono. Toh, quanti capelli aveva The Edge. Anche per loro ne è passato, di tempo. Un anno difficile, il 2006, in cui ho dato una bella scrollata a quasi tutti i pilastri che tengono impiedi la mia vita, chiudendo in una situazione di equilibrio instabile che non augurerei a nessuno, ma che al momento è forse l'unica possibile. Un anno che sicuramente non è stato il migliore né il peggiore della mia vita, ma che in un ipotetico novantesimo minuto finirebbe senza dubbio nella colonna di destra. Magari pure in zona retrocessione. Un anno nel quale, comunque, sono riuscito ad imparare molto.

Ho imparato, ad esempio, che una multinazionale può pagare un professionista con tre anni di esperienza come un neolaureato. Basta assumerlo a tempo indeterminato dopo due anni, e far finta di non averlo mai visto prima. Ho imparato anche che scherzare su queste cose non è poi una bella cosa, perché senza questo ritardatario, sottopagato, ingiusto, chiamatelo come vi pare contratto a tempo indeterminato probabilmente in questo momento dormirei sonni molto meno tranquilli, probabilmente sarei a lavorare come commesso in qualche negozio, sicuramente non starei scrivendo sui tasti di questo notebook comprato a rate.

Ho imparato che se sei un idiota, o uno scansafatiche, nessuno ti regala nulla, in nessun caso. Ma ho imparato anche che tra essere un genio senza precedenti ed essere solo un attimino sveglio ma anche amico d'infanzia del figlio di uno dei più grandi industriali italiani è decisamente meglio la seconda. Non che questa sia la scoperta del secolo, è chiaro, ma trovarsi davanti il risultato del teorema, personificato da un tuo coetaneo (certamente sveglio, magari anche più di te, ma comunque tuo coetaneo, ovvero trentunenne) che sul famoso biglietto da visita ha scritto "amministratore delegato", non è come sentirne parlare.

Ho imparato che se per due anni tratti il tuo fisico come un vuoto a perdere prima o poi lui ti chiede il conto, e non è detto che tu sia in grado di pagarlo. Perché non si tratta soltanto di guardarsi allo specchio la mattina e trovarsi disgustoso, non si tratta soltanto di scoprire che non riesci più a trovare uno straccio di vestito che ti sta bene o di doverti cambiare sei volte al giorno appena la temperatura sale sopra i diciotto gradi, si tratta anche di scoprire che per vivere una vita normale devi cominciare a prendere una pillola tutte le mattine, o che cominci ad avere gli stessi curiosi disturbi alle articolazioni di quel tuo collega grasso e vagamente ridicolo, che fra le altre cose ha dieci anni più di te. E se tutto questo succede quando hai da poco compiuto trentun anni, probabilmente è ora di chiedersi se non sia il momento di fare qualcosa.

Ho imparato che l'amore, anche il più grande, finisce, o perlomeno si prende delle belle pause. E che succede a quasi tutti, prima o poi. Ho imparato anche che se ti sforzi, se ce la metti tutta, se sei disposto a mettere sul piatto tutte le tue energie e a sacrificare un bel pezzo di te stesso, magari quell'amore riesci a farlo rinascere, perché non è vero che quando è morto è morto. O almeno così credi. O ti sforzi di credere. O si sforzano di farti credere. E chissà se è vero. Per farla breve, il dubbio alla fine non te lo toglie nessuno. Ed è quella la parte più difficile.

Ho imparato cosa vuol dire avere una famiglia, o almeno cosa dovrebbe voler dire: avere qualcuno che ti dà una mano quando le cose vanno davvero male, o semplicemente quando hai bisogno di un posto dove rifugiarti dai mali del mondo. Un posto dove sei comunque il benvenuto. Qualcuno su cui poter contare, indipendentemente da tutto il resto. E ho imparato che purtroppo io non potrò mai godere di questo meraviglioso privilegio.

Ho imparato che per quanto tu ti possa impegnare in un lavoro, mettendoci il meglio della tua creatività e del tuo tempo, ci sarà sempre qualcuno che, con pieno diritto, lo giudicherà una cazzata. L'ho fatto io, un sacco di volte, giudicando dischi di fior di cantanti ed etichettandoli come banali, commerciali, già sentiti, brutti, chissà che altro. L'hanno fatto altri, negli ultimi mesi, con il nostro disco, con le nostre canzoni, con i miei testi, con la mia voce. Non tutti, per carità, nemmeno la maggioranza. Tutto sommato pochi. Ma alcuni l'hanno fatto. Gente che, ti viene da pensare, non capisce un cazzo, non ci ha mai visto, aveva le sue cose, ascolta tutt'altro, avrà sentito dieci secondi per canzone, avrà sentito due canzoni in tutto, eccetera eccetera eccetera. Purtroppo è questo il prezzo da pagare se vuoi uscire dal circolo degli amici e dei parenti che ti dicono che "ho consumato le  tracce del cd, è una figata, avvertimi quando suonate". E ci metti poco a capire che, in fondo, come te ce n'è a centinaia. Di migliaia.

Ho imparato un sacco di cose, quest'anno. Quasi tutte, per la verità, sono cose che non ci voleva molto a scoprire, bastava ascoltare i racconti degli altri, i consigli di papà, guardarsi un po' in giro e non fare sempre di testa mia. Ma ancora una volta ho voluto metterci il naso di persona, purtroppo va sempre a finire così. E ancora una volta, ci scommetto, finirò per dimenticare tutto e continuare a comportarmi come se niente fosse, come se questo 2006 fosse stato soltanto l'ennesima, enorme prova generale di chissà quale spettacolo che ancora devo riuscire a mettere in scena. Chissà. Nel frattempo è il 5 gennaio del 2007, sono le quattro e mezza, e io sono ancora qui.

Frutto della contorta mente di Abi, ed esplicitato attraverso le sue dita alle ore 04:25 | Permalink | commenti (4)
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sabato, 23 dicembre 2006

22 dicembre.

Oggi pomeriggio, in ufficio.

Gente che torna a casa.

Fuori dalla porta sfrecciano colleghi con il trolley, badge in mano, per non perdere il treno.

Sorrisi.

Abbracci.

Buon Natale.

Se non ci vediamo buon anno.

Io in riunione guardo bicchieri colorati.

Alla fine cosa fai? Mah, non so, vado a casa di Mirella, forse, lo passo con i suoi. O magari in Sicilia da mia zia.

Adesso vattene però, ti ho aiutato a mettere i pacchi in macchina, adesso lasciami in pace, non ho voglia di farmi venire i lucciconi davanti al capo. Vai a casa, tu.

Natale con i tuoi.

Da Smallville, alle luminarie, ai cazzo di canguri sul logo di Google.

La bambina del mio capo e l'autoarticolato per il nipotino.

Winnie the Pooh.

Il panettone, chissà, magari papà ha fatto anche la pastiera.

Nel frattempo però mi ha fatto gli auguri, e il regalo, per posta elettronica. Una settimana fa.

Niente di tutto questo, per me. Quest'anno non si torna a casa.

Frutto della contorta mente di Abi, ed esplicitato attraverso le sue dita alle ore 00:34 | Permalink | commenti
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mercoledì, 15 novembre 2006

E' il momento buono per un cambiamento
Sai, la fortuna che ho avuto può far diventare cattivo un uomo buono
Perciò, per favore, lasciami avere quello che voglio
Stavolta

E' da tanto tempo che non ho un sogno
Sai, la fortuna che ho avuto può rendere cattivo un uomo buono
Perciò, per una volta nella vita, lasciami avere quello che voglio
Dio sa che sarebbe la prima volta

Saperlo, quello che voglio.

Frutto della contorta mente di Abi, ed esplicitato attraverso le sue dita alle ore 23:28 | Permalink | commenti (1)
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lunedì, 11 settembre 2006

Sabato sera, sai, sono andato a vedere la PFM. Mi hanno proposto i biglietti tre settimane fa, costava poco, era un evento, non li ho mai visti suonare e ho accettato. Solo dopo ho scoperto che buona parte del concerto sarebbe stato dedicato a Fabrizio De André, e solo lì, sul posto, ho scoperto che sarebbe stata una pedissequa riesecuzione di quei due dischi, i due live del '78/'79 di De André con la PFM, che tu avevi in vinile e che da qualche parte in soffitta devi avere ancora, anche se probabilmente non li ascolti da più di un decennio. Io me li sono ricomprati in cd, qualche anno fa, perché il giradischi non ce l'ho e, fra le altre cose, erano due importanti pezzi che mancavano alla mia collezione.

Strana, questa storia di De André: una settimana fa, il giorno dopo il mio compleanno, alla Corte del Ciliegio c'era la terza edizione di "Mille anni al mondo e mille ancora", una manifestazione che ogni anno viene organizzata proprio davanti casa mia, in cui gruppi e cantanti da mezza Italia vengono a cantare le canzoni di Fabrizio, per tramandare e ricordare. E' davvero una bella manifestazione: ci vanno in tantissimi, giovani, anziani e tanti trentenni come me che magari, proprio come me, con le canzoni di Fabrizio ci sono cresciuti. Ci sono foto, racconti, testimonianze e persino uno stand di cucina tipica ligure. E anche se tutta quella gente finisce per incasinarmi il viale e fregarmi il parcheggio, in fondo ne vale la pena. Pensa, proprio davanti casa, dal mio balcone si sente quasi come davanti al palco. Da tre anni. E' un po' come se mi perseguitasse, Fabrizio De André. Per tramandare, e soprattutto per ricordare.

Sabato sera mi sono venuti gli occhi lucidi parecchie volte. Ho risentito quelle canzoni, suonate in quel modo, le stesse canzoni che tu mi facevi sentire quando avevo cinque, sette, otto anni, nella tua macchina, con le cassettine che registravi la domenica pomeriggio dallo stereo del salotto. E anche sabato, a più di vent'anni  di distanza, mi sono sorpreso a pensare che a varcare la frontiera in un bel giorno di primavera fosse il tuo amico Piero, che in guerra non c'era mai stato, ma che io nella mia ingenuità di bambino avevo identificato nel protagonista di quella canzone, tanto che quando molti anni dopo lui se ne andò, me lo immaginavo sul serio sepolto in un campo di grano, coperto da mille papaveri rossi. Ti ricordi? Mi capitava anche con la canzone di Marinella, che non era evidentemente dedicata a zia Marinella, ma vallo a spiegare a un bambino di otto anni.

Mi sono ricordato della mamma, che si metteva a ridere cercando di spiegarmi la storia del nano che aveva il cuore troppo vicino al buco del culo, o che mi raccontava di come il Pescatore parlasse in realtà di Gesù, che aveva versato il vino e spezzato il pane per chi aveva sete e chi aveva fame. Ci pensavo mentre ballavo e cantavo con i miei amici, e la gente mi guardava strano. E quando è partita Amico Fragile mi sono ricordato di quelle sere di gennaio in mezzo alla nebbia, quando di ritorno dalle lezioni di judo mi lasciavi in macchina per aprire la porta del garage. Intorno era tutto fumo, colorato dal bianco dei fari, dal rosso degli stop e dall'arancio intermittente delle frecce della vecchia bmw, e in macchina c'era quel lungo assolo di chitarra che mi faceva davvero pensare di essere evaporato in una nuvola rossa. Certo, all'epoca non avevo idea di cosa fosse un assolo, e l'unica chitarra che conoscevo era la vecchia e scassata acustica su cui studiava Marcello, ma l'effetto era buono ugualmente.

E per tutta la sera ho avuto davvero voglia di chiamarti, di dirtelo, di farti sapere che ero lì, e che in qualche modo lì, in quel campo sportivo di Fagnano Olona, c'eri anche tu, o almeno quella parte di te che ancora, nonostante tutto, mi piace ricordare. Volevo dirti grazie, perché fra le tante cose belle che mi hai regalato ci sono state anche quelle canzoni, che ancora oggi mi fanno pensare che sei mio padre, e che forse se oggi in me c'è qualcosa di buono almeno una parte di merito è tuo. Per un attimo, davvero, avrei voluto davvero che tu ci fossi, lì con me.

Poi però mi sono ricordato il resto. E il mio pensiero è andato alla lettera che mi hai spedito per farmi gli auguri di compleanno. Alle discussioni, al tuo modo di pensare assurdo, alla tua immensa ipocrisia. A come, a più di vent'anni da quei giorni, tu pretenda ancora di trattarmi come un bambino di otto anni. E a come tutto, nel frattempo, sia cambiato. Ora ci rimane soltanto il silenzio, un silenzio che tu hai voluto e che tu continui a mantenere, senza un motivo né una spiegazione. Chissà, forse qualche volta le ascolti ancora, le canzoni di Fabrizio. Ma oramai ho il sospetto che tu non ci abbia mai capito niente.

Umilmente, buona giornata a tutti.

Frutto della contorta mente di Abi, ed esplicitato attraverso le sue dita alle ore 12:56 | Permalink | commenti (3)
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martedì, 27 giugno 2006
Avrei tante, tante cose da dire. Ma sono cose pesanti, difficili e delle quali non ho molta voglia di parlare. In questi giorni ho provato a scriverne molte volte, usando le mie solite metafore e i miei giri di parole, ma proprio non ci sono riuscito. Per il momento, quindi, accontentatevi della canzone che mi sta illuminando la mattinata. Il resto verrà.

Prendi il biglietto e la valigia
Il tuono risuona sulle rotaie
Non sai dove stai andando
Ma sai che non tornerai
Cara, se sei triste
Appoggia la testa sul mio petto
Porteremo ciò che possiamo
E lasceremo tutto il resto

Grandi ruote corrono attraverso i campi
Illuminati dalla luce del sole
Ci vedremo nella terra dei sogni e delle speranze

Mi occuperò di te
E ti starò vicino
Avrai bisogno di un buon compagno
Per questa parte del viaggio
Lascia indietro i tuoi dispiaceri
Fà che questo giorno sia l'ultimo
Domani ci sarà il sole
E tutta questa oscurità sarà passata

Grandi ruote corrono attraverso i campi
Illuminati dalla luce del sole
Ci vedremo nella terra dei sogni e delle speranze

Questo treno
Porta santi e peccatori
Questo treno
Porta sconfitti e vincitori
Questo treno
Porta puttane e giocatori
Questo treno
Porta anime perse
Su questo treno
I sogni non avranno ostacoli
Su questo treno
La speranza sarà ricompensata
Questo treno
Senti le ruote d'acciaio che cantano
Questo treno
Le campane della libertà che suonano
Questo treno
Porta cuori infranti
Questo treno
Ladri e anime dipartite
Questo treno
Porta buffoni e re
Questo treno
Tutti a bordo

Su questo treno
I sogni non avranno ostacoli
Su questo treno
La speranza sarà ricompensata
Questo treno
Senti le ruote d'acciaio che cantano
Questo treno
Le campane della libertà che suonano


(Bruce Springsteen, Land of Hope and Dreams)

Umilmente, buona giornata a tutti.
Frutto della contorta mente di Abi, ed esplicitato attraverso le sue dita alle ore 11:17 | Permalink | commenti (1)
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martedì, 28 marzo 2006

E' il cambio di stagione. E' il lavoro. E' che dormo poco. E' che sono grasso. E' che non sto tanto bene. E' che, insomma, qualunque cosa sia, qualcosa non va. Ed è una forma piuttosto fastidiosa di "qualcosa", sa di caso clinico, di malattia misteriosa, di cosa che ti fa venire i bubboni e la forfora senza apparente motivo, che non ti senti bene e il dottore ti prescrive duecento esami ma proprio non riesce a capire cos'hai. No, non ho niente di tutto questo. Ma qualcosa ce l'ho, lo so che ce l'ho, ma non capisco cos'è. Perché giro a vuoto. E ho un po' la sensazione di star guidando un sommergibile nucleare con in mano il volante di Boss Robot.

Sto, di nuovo, perdendo contatto con la mia vita. Mi sto di nuovo guardando in terza persona. Sto di nuovo spegnendo il cervello, e lo sto facendo troppo spesso, anche e soprattutto quando non dovrei. Talmente spesso che non scrivo più qui da novembre, eppure di cose da dire ce ne sarebbero state. Ma non le dirò. Non qui. Non ora. Non mi riconosco più. Non mi piaccio più, il mio sdoppiamento di personalità sta diventando sempre più evidente e la parte che non mi piace, quella seria, posata, professionale (e fredda, calcolatrice e antipatica) sta cominciando ad emarginare, rinchiudere e guardare con sospetto l'altra, quella emozionale, infantile e spontanea, che ormai trova spazio solo su un palco o dopo parecchi bicchieri di vino. Sto diventando mio padre. La maschera del tuttologo, di quello che "di qualsiasi cosa si parli sei in grado di tirare impiedi un pistolotto di dieci minuti" si sta impadronendo di me, del mio tempo, e sta prendendo piede nella mente delle persone che mi conoscono. E mi va terribilmente stretta, ma più mi va stretta più lei cerca di allargarsi, e infarcisce di sorrisi di circostanza, risposte date senza ascoltare le domande e domande fatte senza ascoltare le risposte ogni angolo della mia vita.

Qualche settimana fa una persona che, almeno in teoria, "ne sa", dopo avermi analizzato per una mattinata intera a spese dell'azienda, ne ha tirato fuori un profilo che mi ha fatto venire i brividi. Sono venuto fuori come una specie di behemoth cerebrale, un fenomeno nell'analizzare e risolvere problemi, adattarmi al cambiamento, definire priorità e trovare soluzioni. E un incapace nel gestire i rapporti umani. Sì, vabbè, incapace no, non sono né autistico né sociopatico, semplicemente "pongo come priorità l'obiettivo della discussione, e tendo a trascurare l'interlocutore". In sostanza sono terribilmente efficiente e altrettanto stronzo. E per quanto si possa avere dei dubbi su questo genere di test, e mi si possa scusare adducendo che tali "misurazioni" sono state prese in un ambito prettamente lavorativo, in cui il mio primo interesse non era sicuramente quello di fare conversazione con la persona che mi stava valutando, dall'altro mi sto accorgendo che un pezzetto alla volta tutto questo sta pericolosamente entrando a far parte della mia vita "reale", quella che passo fuori da questo ufficio, in luoghi più utili e reali di questa scrivania.

Immagino che il fatto che io me ne renda conto sia almeno in parte un punto a mio favore. Ma non aiuta più di tanto a riempire i minuti di silenzio, a cambiare gli sguardi, ad allentare inspiegabili tensioni che si creano con persone con le quali sono sempre andato d'accordo. Sto diventando antipatico. Chissà, forse lo sono sempre stato, ma prima non me ne rendevo conto. Adesso sì, la cosa è palpabile. Mi sento stupido, noioso, pedante, e in sostanza pesante, purtroppo non soltanto dal punto di vista relazionale. E sta peggiorando.

Frutto della contorta mente di Abi, ed esplicitato attraverso le sue dita alle ore 18:28 | Permalink | commenti (3)
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mercoledì, 16 novembre 2005

Qualche giorno fa stavo pensando che proprio in questo periodo cade il nono anniversario del mio trasferimento a Castellanza. La data precisa non la so, il processo si è svolto in maniera troppo poco "lineare" per ricordarmene. Voglio dire, di solito in questi casi si trova una casa, la si arreda un pezzo alla volta, poi si prendono le proprie cose e ci si va a vivere. Si segna la data sul calendario, e magari si organizza anche una bella mangiata con gli amici per celebrare l'evento. Io mi sono fermato al primo stadio della procedura: ho trovato la casa. Poi una sera ho litigato alla morte con i miei, cosa che in quel periodo succedeva anche tre o quattro volte al giorno, ho tirato su un po' di biancheria e un sacco a pelo e ci sono andato a dormire. Per fortuna c'era il riscaldamento acceso.

Per le prime due settimane ho dormito per terra, cambiandomi da uno zaino e mangiando fra università e McDonald's. Poi ho preso un furgone a noleggio, e una domenica in cui i miei erano in montagna sono passato a prendere i mobili della mia camera, uno scaffale di plastica da campeggio e un frigoriferino che tenevamo in cantina. La mia vita a Castellanza è cominciata così. Con il senno di poi, credo che questo possa in buona parte spiegare il perché, a nove anni di distanza, io continui a vivere in un appartamento arredato solo per metà, con tanto di scatoloni e lampadine a vista. E spiega anche perché, anche se nel frattempo i rapporti con i miei sono migliorati di parecchio, io non mi senta di "festeggiare" quel trasferimento in alcun modo. Non che me ne sia pentito, anzi. Ma, insomma, ci siamo capiti.

Al di là dei ricordi, c'è la dimensione prettamente "numerica": con lo scadere del nono anno Castellanza diventa ufficialmente il luogo in cui ho vissuto più a lungo, nel corso della mia trentennale esistenza su questo pianeta, superando Lodi, luogo nel quale ho trascorso buona parte della mia infanzia, pur senza esserci nato. Come dire che da oggi, quando qualcuno mi chiederà "di dove sei", domanda che tradizionalmente mi getta nel panico e provoca chilometriche e inconcludenti risposte, potrò limitarmi a rispondere "di Castellanza". Anche se non è vero.

Io non sono di Castellanza. Non me ne vogliano gli eventuali castellanzesi che leggono queste parole, ma io castellanzese non mi ci sento neanche un po'. Voglio dire, al di là dei sessantasette metri quadrati di primo piano che occupo da nove anni, in quella città di mio non c'è quasi nulla. L'università, forse, ma il LIUC con Castellanza non ha nulla a che spartire. Anche il LIUC, in fondo, a Castellanza ci è capitato per caso: poteva finire a Lainate o a Cerro Maggiore, o in un qualsiasi paesino delle vicinanze con un po' di imprenditori e un edificio abbastanza grande. E' un'isola, un mondo popolato di varia umanità che quindici anni fa è improvvisamente atterrato nel cuore del varesotto, e in cui anche i pochi castellanzesi presenti fanno del proprio meglio per mimetizzarsi con la fauna del luogo. Fauna di cui io, ovviamente, facevo parte.

No, non c'è niente da fare. Forse ho maturato l'anzianità necessaria per guadagnarmi il titolo di cittadino onorario, ma Castellanza non è la mia città, e non credo lo sarà mai. E a questo punto, ancora una volta, finisco per chiedermi quale sia, la mia città. Se ci sia una mia città. E mi chiedo se esista un modo, razionale o irrazionale, per capirlo. Ho già affrontato questo discorso molte altre volte, e ho già detto come spesso mi trovi ad invidiare chi a questa domanda non ha che una risposta, ovvia, scontata e inevitabile. Io quella risposta non ce l'ho, e nonostante i miei ripetuti tentativi di costruirmela proprio non ce la faccio.

Come si fa a decidere "qual'è la mia città"? Quali sono gli elementi distintivi, le sensazioni, i dati tangibili, le misurazioni necessarie a darsi questo tipo di risposta? E' la città in cui si nasce? Quella in cui si va a scuola? Sì, ma quale scuola? Le elementari? Le medie? Le superiori? E se se ne fanno un po' da una parte e un po' da un'altra? E' quella in cui si abita? O quella in cui si è stati più tempo? E' dove ci siamo innamorati la prima volta? Dove abbiamo i vecchi amici? I parenti? E' una cosa che si sceglie, o avviene nostro malgrado, poco per volta, e non ce ne rendiamo conto finché non ce ne andiamo via? No, perché se fosse davvero una scelta, allora potrei dire che la mia città è Galway. Ci sono stato due giorni, in vacanza, nel 2000, e me ne sono innamorato. Ma non ha senso. No, non credo sia una scelta. O almeno, credo che la componente razionale sia inevitabilmente minoritaria.

Il fatto è che anche la componente "emotiva" non mi aiuta: mi manca quella sensazione di appartenenza, la consapevolezza di conoscere un luogo, uno qualsiasi, "come le mie tasche", topograficamente e umanamente. Mi mancano il tabaccaio all'angolo, la stradina alternativa da fare quando c'è coda, il panettiere, il giornalaio e il barbiere di fiducia, l'oratorio dove andavo da bambino, il medico che conosce i miei genitori, la compagna delle elementari e la zia pettegola che sa vita, morte e miracoli del quartiere. Mi manca la certezza di sapere qualcosa che chi in quel posto ci capita per caso, una volta ogni tanto, non sa e non saprà mai.

A dire il vero alcune di quelle cose ce le ho. Tanto per dire, dopo nove anni a Castellanza ho imparato a passare dal retro del Grancasa per evitare la coda da casa mia all'autostrada, e sarei stupido a non averlo fatto. Ma tutto il resto è sparso ai quattro angoli della mia memoria e, in alcuni casi, ai quattro angoli del pianeta. Angoli nei quali, quando torno, provo ancora un po' di sana nostalgia. Come quando, un paio di mesi fa, sono passato con i miei accanto all'Isola Carolina, il parco di Lodi in cui andavo da piccolo in bicicletta con mio nonno. Oppure quando a Napoli vedo la scalinata di fronte all'ex casa di mia nonna, che ai tempi del primo scudetto del Napoli era stata interamente colorata di verde, bianco, rosso e azzurro. E persino quando passo accanto al campetto di Cavallasca, dove ho conosciuto le persone con cui solo pochi anni fa ho fondato la mia vecchia squadra di basket.

Il fatto è che sono tutti posti ai quali, di fatto, non appartengo più. Lodi, Napoli, Olgiate, Pointe Noire, Sandnes, sono andate avanti, cresciute, cambiate senza di me. Il giornalaio dove compravo i fumetti forse ha chiuso. Il supermercato norvegese dove i miei mi abbandonavano a giocare con i Lego forse si è trasferito. La mia anziana insegnante di pianoforte, forse, non c'è più. E magari qualcuno ha aggiunto un senso unico alla strada che facevo in bicicletta e messo un recinto alla spiaggia dove andavo a pescare. Le persone che mi conoscevano forse sono andate via, come me, e magari non si ricordano più. E ci sono persone nuove, che di me non hanno mai sentito parlare.

Ora, per me, c'è Castellanza. E domani chissà: Milano, Vladivostok o Marte. Continuerò a girare, con i miei ricordi e le mie lampadine senza paralume. E continuerò a invidiare i miei amici Vappa, che prima delle prove vanno a comprare la birra nella stessa latteria in cui da bambini compravano le caramelle. E loro continueranno a invidiare me, che ho visto il mondo, ma che ancora oggi cerco un posto da poter chiamare casa.

Umilmente, buona giornata a tutti.

Frutto della contorta mente di Abi, ed esplicitato attraverso le sue dita alle ore 13:01 | Permalink | commenti (6)
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martedì, 18 ottobre 2005

...Cancellare i post. Ma alla fine anche quello è finito nel buco, che ci posso fare. Cercate di capire.

Umilmente, a presto.

Frutto della contorta mente di Abi, ed esplicitato attraverso le sue dita alle ore 18:13 | Permalink | commenti (1)
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lunedì, 19 settembre 2005

Sabato pomeriggio sono passati a trovarmi Daniele e Lara. Dubbio. Posso citare i loro veri nomi? Massì, dai, in fondo cosa vuoi che succeda. E poi, che ne sapete, magari li ho cambiati, loro si chiamano Ismaele e Rosmunda e vi sto tutti prendendo per il culo. Vabbè, insomma, Demetrio e Callista sono passati a trovarmi sabato pomeriggio. Mi hanno telefonato verso mezzogiorno, io ero perso fra il sonno e il raffreddore, e devo aver assunto un'aria non particolarmente amichevole. Mi hanno chiesto se potevano passare verso le due e mezza, e io devo avergli detto di sì, perchè effettivamente due ore e mezza dopo erano seduti sul mio divano.

Sul momento non mi sono nemmeno chiesto perché avessero deciso di venirmi a trovare di sabato pomeriggio, situazione in cui di solito la gente mi evita, consapevole del fatto che prima delle quattro la mia casa è un serraglio, io uno yeti e il mio alito il lascito di parecchi bambini morti. Devo aver pensato che volevano portarmi un regalo di compleanno con due settimane di ritardo. O che magari volevano soltanto passarmi a trovare, visto che non ci si vedeva da luglio. Ma in generale credo di essermi limitato parecchio nei dettagli, cercando di abbreviare il più possibile la telefonata per potermi rispaparanzare per un'altra oretta. In ogni caso, la prima previsione si era rivelata in parte esatta: mi hanno portato il regalo di compleanno, un libro, interessante, lo leggerò. Il biglietto d'auguri era un Calendario di Frate Indovino, con un post-it a marcare una data, il 15 luglio. Accanto c'era una scritta: "non prendere impegni".

Daniele e Lara... Ops, volevo dire Pancrazio e Domitilla si sposano. Da qualche tempo devo ammettere che la cosa ha perso quell'alone di terrore che esercitava su di me fino a qualche anno fa. Ora, dopo che quattro dei miei migliori amici si sono sposati e che uno di loro, al quale tra l'altro ho fatto da testimone, si appresta a diventare papà, sono in grado di sopportare la notizia senza essere preso dal panico. Anche se, in effetti, mi risulta ancora difficile manifestare la mia felicità ai diretti interessati. Voglio dire, sono sinceramente e completamente felice per loro, ma esteriormente, al posto dell'abbraccio condito da lacrime e urli di gioia, riesco soltanto a produrre un mezzo sorriso imbarazzato accompagnato da un tremito diffuso ad entrambe le braccia, dovuto all'indecisione che deriva dal non sapere se produrmi nel sopracitato abbraccio o se toccarmi vistosamente le palle. Che ci volete fare, allo stato attuale delle cose il matrimonio (ecco, me le sono toccate di nuovo) rimane qualcosa di troppo grande, troppo serio e al contempo troppo vicino a me per poterne parlare serenamente. Passerà. Spero.

Ma torniamo a Vigezzio e Sigismonda. Devo dire che un po' di questo matrimonio, un bel pezzo in verità, lo sento mio. Loro li ho conosciuti ai tempi dell'università, e abbiamo condiviso un progetto che ancora oggi considero fra le cose più belle e interessanti alle quali ho partecipato, almeno in ambito accademico. Non stavano ancora insieme, Temistocle e Liutpranda, anche se lui non avrebbe disdegnato l'ipotesi. E quando lei, dopo l'estate, lasciò il suo ragazzo, il suo "mancato disdegno" si trasformò in una propensione ben più marcata. Propensione che gli costò parecchia sofferenza, perché lei, almeno all'inizio, non ne voleva sapere. Fu un autunno di telefonate e fotografie, di vacanze e frasi non dette, in cui io e altri facemmo del nostro meglio per dare una mano a lui e per "ammorbidire" lei.

Quando finalmente li vidi insieme, davvero, per la prima volta, era passato quasi un anno. Eravamo a casa di lei, per il suo compleanno, e ricordo che io e la mia ragazza le regalammo quell'edizione speciale del dvd di Moulin Rouge che sulla seconda di copertina aveva stampata la famosa frase "la cosa più grande che potrai imparare è amare, e lasciarti amare". Banale, forse, ma quale regalo avrebbe potuto essere migliore? Ricordo che quella sera ero quasi commosso. Perché a leggerla così potrebbe sembrare che li avessimo messi insieme a forza, che avessimo costretto una ragazza che non ne voleva sapere a stare con uno perché ci stava simpatico, ma non era così. Era il completarsi di una storia già scritta. Era l'ultimo pezzo del puzzle che andava al suo posto. Era scritto che dovesse finire così. Ed era bello. E poi noi, alla fine, cosa mai avevamo fatto? Era stato lui, e soltanto lui, ad arrivare fin lì. E mai il verbo "conquistare", ai miei occhi, aveva assunto un significato più pieno.

Daniele... Pardon, Gioberto è un po' il mio eroe. Il termine fu coniato in primis dalla mia ragazza, che durante una di quelle eterne telefonate gli disse letteralmente una cosa del tipo "tu per me rappresenti il prototipo dell'eroe romantico". Una cosa da niente, insomma. Ma come puoi giudicare altrimenti un uomo che decide di dare tutto sé stesso per avere la donna che ama, mettendosi in gioco completamente e accettando qualsiasi conseguenza, nella maniera più nobile, soffrendo come un cane e rifiutando di darsi per vinto anche dopo l'ennesimo rifiuto? Quella di Daniele è stata un'impresa d'altri tempi, un corteggiamento durato mesi nel quale il termine "romanticismo" ha assunto per me tutto un'altro significato, andando a minimizzare tutte le (poche) sofferenze d'amore che avevo patito fino ad allora. E il fatto che alla fine lei abbia ceduto, un po' perché lo sapeva fin dall'inizio, un po' perché dubito che cuore umano possa resistere a cotanta valanga d'affetto, ha dato a tutto questo un alone di vera e propria leggenda. E' stata una di quelle cose che poteva trasformarsi in una tragedia o in una favola. Ieri la scelta si è compiuta, definitivamente.

E io, che sono qui a guardare, ancora una volta sono sgomento. Ancora una volta l'eroe d'oltrecortina (è svizzero, Trismegisto) mi ha spiazzato, presentandosi a casa mia con il suo sorriso e la sua stretta di mano. E ancora una volta, sposato o meno, ho desiderato di essere come lui. E mi sono reso conto che non lo sarò mai. E non tanto perché lui è in un momento fantastico della sua vita, in cui sta per sposare la donna che ama per poi trasferirsi fra un anno a New York (mentre io mi sto ancora chiedendo se avrò ancora un lavoro, fra un anno), quanto perché lui, oggi come sempre, ha saputo renderci partecipi della sua felicità, senza clamori né eccessi, solo con il suo calore e la sua semplicità. Come quando ci ha invitati tutti alla festa del suo trentesimo compleanno, noi, i suoi parenti e i suoi colleghi di lavoro, ed è stato costretto, imbarazzatissimo, a fare un discorso in tre lingue per poter far capire tutti quanti, senza mai perdere il sorriso sulle labra. E' una mente eletta, Daniele. E un animo nobile. E io gli voglio bene.

Umilmente, buona serata a tutti.

Frutto della contorta mente di Abi, ed esplicitato attraverso le sue dita alle ore 20:20 | Permalink | commenti (6)
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